Quando un bambino torna da scuola con una domanda sul 27 gennaio, può essere difficile trovare parole semplici senza nascondere la gravità di ciò che è accaduto. Spiegare il Giorno della Memoria ai bambini significa raccontare la Shoah con verità, misura e rispetto, adattando il linguaggio all’età. In queste pagine propongo criteri pratici, attività e risposte utili per genitori ed educatori.
La memoria si insegna con verità, misura e responsabilità
- 27 gennaio ricorda la liberazione di Auschwitz e le vittime della Shoah.
- Con i più piccoli si parte da diritti, amicizia, inclusione e discriminazione.
- Le spiegazioni devono essere vere ma non grafiche, senza immagini scioccanti.
- Le storie individuali aiutano a capire che dietro i numeri c’erano persone, famiglie e bambini.
- Un’attività efficace lascia spazio a domande, emozioni e gesti concreti.
Che cosa significa davvero il 27 gennaio per un bambino
In Italia il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio, data scelta perché quel giorno del 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. La legge italiana n. 211 del 2000 collega questa ricorrenza alla memoria della Shoah, delle leggi razziali, delle persecuzioni e delle deportazioni, ma anche delle persone che aiutarono i perseguitati.
Con un bambino non partirei da una lunga lezione storica. Direi piuttosto che, durante la Seconda guerra mondiale, il regime nazista e i suoi collaboratori decisero di perseguitare e uccidere milioni di persone, soprattutto ebree, solo per la loro identità. Non fu una guerra tra bambini o tra popoli “cattivi” e “buoni”, ma un sistema costruito su razzismo, propaganda, leggi ingiuste e obbedienza cieca.
È importante chiarire anche che gli ebrei non erano soltanto vittime di una storia lontana. Erano persone con una vita quotidiana, un lavoro, una casa, amici, passioni e progetti. Questa prospettiva aiuta il bambino a vedere la Shoah non come un elenco di numeri, ma come la distruzione di storie umane concrete.
Per i più piccoli il messaggio centrale può essere semplice: quando una società decide che alcune persone valgono meno di altre, la discriminazione può diventare violenza. Ricordare serve a riconoscere prima i pregiudizi e a scegliere, nella vita di ogni giorno, il rispetto e la responsabilità.
Come adattare il racconto all’età
Non esiste una spiegazione identica per tutti. Io considero soprattutto l’età, la sensibilità del bambino, ciò che ha già sentito a scuola e la presenza di esperienze familiari legate a guerra, migrazione o discriminazione.
| Età | Come parlarne | Cosa proporre |
|---|---|---|
| 4-6 anni | Usare parole come esclusione, ingiustizia, paura e aiuto, senza entrare nei dettagli dello sterminio. | Una storia breve, disegni sui diritti, un gesto gentile verso qualcuno che si sente solo. |
| 7-8 anni | Spiegare che alcune persone furono perseguitate per essere ebree e private dei loro diritti. | Raccontare una vicenda individuale documentata e riflettere sulle parole offensive. |
| 9-11 anni | Introdurre Shoah, leggi razziali, deportazione e campi, con un linguaggio sobrio e preciso. | Linea del tempo, biografia, testimonianza selezionata e discussione guidata. |
| Dagli 11 anni | Affrontare anche propaganda, responsabilità, collaborazionismo, indifferenza e resistenza. | Analisi di documenti, testimonianze e collegamento con i diritti costituzionali. |
Con i bambini della scuola dell’infanzia eviterei il termine “campo di concentramento” se non sono in grado di comprenderlo. Non serve anticipare ogni dettaglio: dire troppo presto tutto può confondere o spaventare. La gradualità non significa nascondere la storia, ma creare le condizioni perché possa essere capita.
Un percorso semplice da svolgere in 30 minuti
Una conversazione ben preparata funziona meglio di una spiegazione improvvisata davanti a immagini difficili. Per una classe o per casa si può seguire un percorso in cinque passaggi.
- Partire da una domanda. “Che cosa significa ricordare qualcuno?” Lasciare emergere le idee dei bambini senza correggerle subito.
- Raccontare il fatto essenziale. Spiegare che milioni di persone furono perseguitate perché appartenevano a determinati gruppi e che molti furono uccisi.
- Presentare una storia personale. Un nome, una fotografia non traumatica, una famiglia e un oggetto quotidiano rendono la vicenda comprensibile.
- Collegare passato e presente. Chiedere come si riconoscono oggi esclusione, stereotipi e linguaggio d’odio.
- Chiudere con un’azione. Scrivere una frase contro i pregiudizi, creare un cartellone sui diritti o scegliere un comportamento inclusivo.
La parte più delicata è il racconto centrale. Una frase come “furono portati via dalle loro case e separati dalle persone amate” comunica la gravità senza trasformare la lezione in uno spettacolo del dolore. La precisione delle parole conta più della quantità di dettagli.
Durante la conversazione lascerei anche qualche secondo di silenzio. I bambini spesso elaborano dopo aver ascoltato, non mentre l’adulto parla. Se qualcuno non vuole intervenire, non lo forzerei a condividere emozioni personali davanti al gruppo.

Attività che aiutano a ricordare senza spettacolarizzare
La storia di una persona
Scegliere una biografia adatta all’età è uno dei metodi più efficaci. Il racconto dovrebbe mostrare chi era quella persona prima della persecuzione, che cosa amava e quali relazioni aveva, non soltanto ciò che le è accaduto. In questo modo il bambino comprende che la vittima non coincide con la tragedia.
Il muro delle parole che includono
Ogni bambino può scrivere una parola che favorisce la convivenza, come ascolto, amicizia, aiuto o coraggio. Accanto si possono collocare parole da rifiutare, come insulto, esclusione e pregiudizio. L’attività è semplice, ma rende visibile il passaggio dalla memoria storica a una scelta quotidiana.
Un oggetto come punto di partenza
Una fotografia, una valigia, un quaderno o una lettera possono aprire una discussione sulla vita di una famiglia. Non userei oggetti inventati come se fossero autentici: è meglio dichiarare chiaramente quando si tratta di una ricostruzione. La trasparenza protegge la fiducia e insegna a distinguere storia, memoria e fantasia.
La memoria del territorio
Se nella propria città esiste una pietra d’inciampo, un monumento o un luogo legato alla deportazione, lo si può osservare con rispetto e preparazione. Prima della visita spiegherei perché quel nome è lì; dopo chiederei ai bambini che cosa hanno notato e quali domande sono rimaste aperte.
Filmati e immagini possono essere utili, ma non sono obbligatori. Per i più piccoli preferisco un albo illustrato, una narrazione orale o un laboratorio creativo. Un’attività sobria e ben guidata lascia spesso più traccia di un video drammatico.
Come rispondere alle domande difficili
“Perché lo hanno fatto?”
Si può rispondere che il regime nazista diffuse idee razziste, usò la propaganda e trasformò il pregiudizio in leggi e violenza. Non direi che le persone agirono così perché erano semplicemente “mostri”: una risposta del genere impedisce di capire come l’odio possa essere alimentato da istituzioni, conformismo e silenzio.
“Perché nessuno li ha fermati?”
La risposta deve riconoscere che alcune persone aiutarono i perseguitati, mentre altre rimasero indifferenti, ebbero paura o collaborarono. È una parte scomoda ma educativa, perché mostra che la responsabilità esiste anche quando non si compie direttamente la violenza.
“Può succedere di nuovo?”
Non prometterei che la storia non potrà mai ripetersi. Direi che possiamo ridurre il rischio imparando a riconoscere razzismo, antisemitismo, disumanizzazione e linguaggio d’odio. La memoria non è una garanzia automatica: richiede attenzione e comportamenti coerenti.
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“Gli ebrei esistono ancora?”
Qui è utile correggere un equivoco. Gli ebrei non appartengono soltanto al passato della Shoah, ma sono una comunità viva, presente anche in Italia, con culture, tradizioni e identità diverse. Raccontare l’ebraismo solo attraverso la persecuzione sarebbe riduttivo.
Se il bambino mostra ansia, incubi o paura persistente, sospenderei il racconto e tornerei a ciò che lo fa sentire al sicuro. Non ogni reazione intensa indica un problema, ma nessuna attività scolastica o familiare dovrebbe diventare una prova da superare.
Trasformare il ricordo in una scelta quotidiana
Il Giorno della Memoria non dovrebbe restare confinato a una poesia recitata il 27 gennaio. Dopo il racconto, chiederei ai bambini quale comportamento concreto possono cambiare, per esempio includere un compagno, non ripetere una battuta discriminatoria o difendere chi viene escluso.
Per me il risultato migliore non è un laboratorio commovente, ma una maggiore attenzione verso le persone reali che ci stanno accanto. Quando la memoria diventa cura delle parole, rispetto delle differenze e coraggio civile, il passato smette di essere soltanto una pagina dolorosa e diventa una responsabilità condivisa.